ALESSANDROH /2 - La tela del rimorso
La Newslettah de Le Balene Possono Volare
ALESSANDROH è uno ‘spin off’ della newsletter de Le Balene Possono Volare. Come funziona: a intervalli periodici determinati unicamente dal caos, mandiamo a chi è iscritt* alla newsletter Cosa Combina la Balena? un unico racconto di lunghezza variabile e anch’esso determinato dal caos. Ogni racconto sarà accompagnato da illustrazioni o fotografie uniche.
Se vuoi partecipare inviando un tuo racconto devi fare così: documento docx (no pdf, no pages, no altri formati), non ci sono limiti di battute, ma diciamo che non prendo romanzi, ecco. Quindi vedi tu. Insieme al documento allega anche una breve sinossi, dimmi chi sei in tre righe. Ti si risponde sempre, che io sia interessato o che io non sia sia interessato per niente. Però devi darmi tempo di leggere e valutare.
Se vuoi candidarti per realizzare le illustrazioni dei racconti o se vuoi corredarli con delle tue fotografie, scrivimi, dimmi chi sei, fammi vedere di che pasta sei fatto linkandomi roba tua.
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LA TELA DEL RIMORSO
UN RACCONTO DI CHIARA BIANCHI
ILLUSTRATO DA DANILA RICCIO
Nel cortile, un ronzio basso, appena percettibile. Una lamiera trema, una bottiglia rotola, un vetro risuona. Se non ci fossero i palazzi attorno, si vedrebbe la Fernsehturm stagliarsi nel cielo.
La pelle del tamburello vibra. La mano tiene lo strumento inclinato: il pollice piegato, la prima falange dura, il colpo di taglio verso il centro, il medio e l’anulare rimbalzano più vicini al bordo. Il polso si lascia cadere, non spinge. Il tamburello oscilla. I sonagli rispondono in ritardo, un fruscio di metallo che arriva un attimo dopo.
Dom ta-tak, ta-tak-tak
L’accento della pizzica cade in battere, pieno al centro. Gli altri colpi gli corrono intorno.
Dom ta-tak, ta-tak-tak
Il quadrato di cemento è nudo, umido. Un filo di luci gialle passa sopra le teste e sembra tenere insieme i muri. Su un balcone pende una bandiera sbiadita con la parola PEACE cancellata a metà. Da fuori, arriva il fischio breve di una S-Bahn, una sirena lontana, una frase spezzata in tedesco da una finestra aperta.
Nel mezzo, corpi.
Lei è scalza. Talloni sporchi, un’unghia spezzata, un graffio antico sulla caviglia. Le dita dei piedi saggiano il cemento freddo e ruvido. Non c’è altro da sapere.
Dom ta-tak, ta-tak-tak
Questo ritmo non è nato qui. Sa di calce, di pietra chiara, di estate. Non di pioggia e di cieli bassi, ma È arrivato a piccoli morsi: attaccato ai ricordi, alle suole, ai sogni. L’ha inseguita, l’ha trovata.
Il primo filo tocca la caviglia.
Un colpo pieno al centro tende l’aria. Il filo le avvolge il malleolo.
Un colpo sul bordo e il filo raggiunge l’altra caviglia, poi si arrampica dietro le ginocchia. Il piede destro risponde. Un cerchio minimo, mezzo giro sul posto. Le dita grattano il cemento, raccolgono polvere, acqua, vetro microscopico. L’altro piede lo segue in ritardo, sbaglia il raggio, traccia un arco più stretto. Due mezzi cerchi sfalsati: già un disegno.
Tallone-punta-cerchio-taglio: la cellula della pizzica.
I piedi cominciano a tracciare linee: in avanti, indietro, laterali, diagonali. Ogni impronta è un punto di trama. Le dita disegnano nodi invisibili nelle pozzanghere.
Gli altri corpi si avvicinano. Le ombre sui muri si moltiplicano. Tre colpi di tamburello. Centro-bordo-centro. Un groviglio di arti, ginocchia, gomiti, piedi, mani. Una figura unica che si scompone, ancora.
La spina dorsale batte gli accenti. Ogni vertebra si allinea sul colpo pieno, poi devia sul rullato. Le spalle non ruotano più in modo simmetrico: una si alza sul battere, l’altra si torce sul levare. La testa si muove in ritardo, a tratti corre avanti. Le braccia esitano, poi cedono. Si staccano dal busto, diventano linee che tagliano lo spazio. Fendono. I gomiti tirano curve dure, le mani seguono le dita.
Dom ta-tak, ta-tak-tak
Il tamburello incalza. I suoni sono fili che si intrecciano. Il corpo è il telaio. I passi degli altri cadono in controtempo. Un rumore unico: tessuto di percussioni, tappeto frastagliato.
Dom ta-tak, ta-tak-tak
In alto, un’antenna arrugginita disegna una croce nera nel cielo lattiginoso. Il ritmo si incastra tra le pareti. Lei gira più stretta. I piedi cercano appigli: il bordo, il limite, la crepa nel cemento. Un colpo di punta la fa scivolare. Un taglio dietro l’alluce, un rigagnolo rosso si mescola all’acqua. Le ginocchia si piegano sempre di più. Il bacino scende. Il corpo si abbassa. I quadricipiti tremano, i polpacci tirano, ma qualcosa li costringe a rimanere in quel mezzo inferno di fatica. Si aprono le cosce, ruotano verso l’esterno. Il peso non è più sopra, è sparso.
Sempre più vicina al suolo. Non si appoggia mai davvero.
I corpi intorno seguono, si deformano. Impronte di dita, sudore, fiati si mescolano. La figura cambia forma, si allarga e si restringe come un organismo.
Sotto la pelle, le vene bluastre somigliano a fili: si gonfiano, brillano. Dove il piede batte, il cemento sembra cedere. Dove le mani strisciano, la polvere si apre. Dove il sangue è caduto, resta un nodo più scuro.
Il ritmo entra nelle spalle, piega le clavicole, tira le scapole verso l’interno. La schiena curva, la testa scende. Il collo non sostiene più, segue. Il corpo si piega, le mani cercano la terra.
Palmi sul cemento. Le dita si aprono, cercano aderenza. Un colpo tondo. I polsi reggono, si piegano, scricchiolano appena. Il peso migra dai piedi alle mani, poi torna indietro e ancora in avanti. Un groviglio di carne che tenta di sollevarsi.
Dom ta-tak, ta-tak-tak
Mano-mano-piede-piede. Mano-piede-mano-piede.
L’ordine non è più umano. Le braccia e le gambe formano quattro linee, nel mezzo si aprono spazi.
Nel groviglio di arti, per alcuni secondi, non è più possibile distinguere a chi appartenga cosa. Sono una somma: quattro, sei, otto appoggi; un ammasso di schiene, collo, braccia. La luce disegna una ragnatela di ombre sul pavimento.
La pizzica è ora puro spasmo.
A ogni colpo i muscoli eseguono, le mani scattano, le spalle si disarticolano, le scapole danzano, le ginocchia battono sul cemento e aprono nuove ferite che bruciano.
Due, tre respiri sembrano uno solo.
Il sudore cola dalle tempie, dalla nuca, scende lungo le braccia, cade a terra in gocce finissime.
Il viso si dissolve in mezzo al movimento. A testa in giù, i capelli coprono la fronte, la bocca aperta, le pupille affogate nel bianco.
Per un attimo non c’è più nessuno.
Il mondo resta senza chi lo abita.
Solo ritmo, fibra, carne.
Il corpo è appeso al suono. Colpi pieni al centro, secchi sul bordo, rulli di dita. Se il tamburello smettesse, resterebbe solo il pavimento. Ma insiste.
Finché il ritmo inizia a stancarsi. Rallenta, si scuce.
Dopo l’ultimo colpo, le mani restano a terra. I piedi cercano l’ennesimo passo, le ginocchia vogliono piegarsi. Il filo, però, è stato tagliato. La tela si è spezzata.
Lei cade in avanti. Con il mento sfiora la terra. La schiena si ammorbidisce. Le mani restano aperte, palmi in giù.
Il silenzio è breve. Poi si solleva piano; la pelle arrossata, graffiata, ricoperta di polvere. Il corpo si raddrizza, ma non del tutto. Oscilla. Una gamba che prima sembrava sua ora appartiene a un altro. La bestia collettiva si smonta.
Ma nel corpo, il ritmo prosegue smozzicato. Un colpo sotto lo sterno, un altro alle ginocchia e nelle piante dei piedi. Salta nelle ossa.
Il corpo resta in piedi, scalzo, sospeso. Dentro, qualcosa continua a tessere.
Chiara Bianchi è nata a Taranto. Ha una laurea in Lettere e una specializzazione in Musicologia. Vive a Berlino dove lavora come editor freelance. Collabora con varie riviste e blog culturali. Suoi racconti sono sparsi nell’etere. Il canto della fortuna (Salani, 2024) è il suo romanzo d’esordio.
Danila Riccio, Napoli, 1983. Laureata in Scienze Politiche, torna a dedicarsi all’illustrazione nel 2016. Ha vissuto tra Francia, Spagna e Germania e ha frequentato il Mimaster in Illustrazione. Collabora con realtà editoriali italiane e internazionali, tra cui Mondadori, Il Sole 24 Ore, Anorak Magazine, Jacobin Italia e Futura del Corriere della Sera. Le sue illustrazioni sono state selezionate in diversi concorsi nazionali, tra cui l’Orvieto Cinema Fest. Ammira le papere, si tiene alla larga dalle olive.
Editing di Mattia Grigolo



